MA SEI SICURO CHE NE VALE LA PENA?
Me lo sono chiesto più di una volta...
La pena di impegnarmi, con tutte le mie forze, per tentare di riportare il mondo ad un livello umano.
Vale la sofferenza di tante notti insonni tormentata da volti sfigurati da guerre oltre oceano, da abusi in sanità, da manipolazioni fatte ai bambini, da vecchi abbandonati a mani disumane, da appelli di coesione ed azione caduti inascoltati?
Ma ne vale davvero la pena?
Isac Newton nel 1676 dichiarava: “Se oggi posso vedere più lontano è perché sono seduto sulle spalle di giganti”.
Sono stata una bimba fortunata...
I miei genitori tra follie, limiti, grandezze ed incoerenze – che per altro loro stessi riconoscevano- mi hanno sempre “tenuta in braccio”.
Il mio papà...
Mio padre, anche nei periodi più bui della sua vita, non ha mai mollato. E’ morto molto giovane ma sono sicura che se fosse ancora vivo, avrebbe condiviso la mia stessa visione dei fatti: saremmo stati dalla stessa parte della storia.
Ha tutelato l’integrità del mio futuro quando, all’età di 4 anni, mi sono rotta un braccio e i medici volevano amputarmelo, adducendo che la lesione fosse troppo grave.
Non si è arreso ed ha cominciato a picchiare la testa contro la parete dell’ospedale dicendo che si sarebbe fermato solo quando un medico avesse dichiarato di provare a salvarlo, almeno provarci... Un medico si è fatto avanti e il mio braccio è ancora con me, perfettamente funzionante.
E’ lui che mi ha stimolato a non dare nulla per scontato, a pormi sempre domande, a mantenere e difendere la mia posizione quando la sento vera per me... anche avendo un prezzo da pagare.
Lui mi ha insegnato l’onestà insita nella congruenza: dico quello che sento e faccio quello che dico.
Mi ha incoraggiato ad essere coerente con le mie scelte anche quando non condivise dalla maggioranza. Mi ha permesso cioè, a modo suo, di osservare che quando tutti i miei livelli - corpo, mente, emozione e spirito- sono direzionati verso un unico intento, niente diventa impossibile.
Un giorno mi ha detto: “ti abbiamo dato tutto quello che potevamo, ora tocca a te, la scelta di cosa farne della tua vita è solo tua”. Ricordo che quella frase mi aveva lasciato un po’ sgomenta e spaventata... una cosa sono le parole di una ragazzina che inneggia con fervore alla libertà e all’autodeterminazione, altro è metterle in pratica.
Con questa frase e tanto altro, il mio papà mi ha spinta ad assumermi le mie responsabilità senza delegare niente a nessuno.
Lui mi ha trasmesso quella forza e determinazione che mi sono state così salvifiche per destreggiarmi nella vita.
Il mio papà era in grado di parlare con tutti, dal re al contadino. Si rapportava all’altro da essere umano ad essere umano, senza giudizio né peli sulla lingua, indipendentemente dalle reciproche convinzioni.
Una volta gli ho sentito affermare un concetto molto forte ma detto in totale gentilezza, ad un regista ebreo -o sionista, oggi non saprei dire- che sosteneva essere imperdonabile il razzismo nei loro confronti. Gli ha espresso un pensiero che suonava più o meno così: “Perdonami, tu parli di razzismo e sono d’accordo che è un sentimento inumano che non dovrebbe esistere, ma non capisco una cosa... Affermare di essere il Popolo Eletto non ti sembra un concetto un po’ razzista nei confronti del resto del mondo?”
Sono grata di aver potuto condividere con lui tante perle da uomo saggio e libero, così da apprendere – a volte senza riuscirci- in che modo comunicare il proprio pensiero senza essere aggressivi. Ho imparato a formulare domande che spingono a pensare.
La mia mamma...
Mia madre, eterna bambina, un po’ capricciosa quando le cose non andavano come lei avrebbe voluto al punto da barare a carte con noi bimbi, pur di vincere. Ma difendeva la sua visione dei fatti senza arretrare di un millimetro e riusciva a trasformare la relazione in gioco.
Lei mi ha insegnato che la vita va vissuta nel gioco e che il gioco è una modalità molto seria per affrontare la vita. La vita è fluida e in continua trasformazione, esattamente come il gioco, perciò attraverso il gioco, mi allineo con la vita.
E mi ha insegnato anche a sentirmi sostenuta dalla vita, a sentire fiducia.
Facevamo spesso passeggiate in bicicletta. Lei, in prima fila, conduceva il gruppo e ci incitava a prendere velocità. Poi ci diceva “avanti bambini, si fa così.. senza mani!” e alzava le braccia verso il cielo seguita all’istante da tutti noi.
Sembrava guidata dalla fiducia piena -e un pizzico di follia- che la leggerezza con cui gestiva il suo equilibrio avrebbe mantenuto in equilibrio anche la bicicletta.
E così era, ogni volta: nessuno si è mai fatto male.
Da lei ho imparato ad osare andando al di là delle regole, seguendo la mia verità e il mio equilibrio dinamico.
Era una ribelle, a modo suo. Al suo primo giorno di scuola, la maestra le ha chiesto di poggiare sul davanzale della finestra il vaso di fiori regalatogli da un'altra bimba, figlia del lattaio (allora considerata famiglia benestante). La mia mamma ha percepito che la richiesta era stata fatta a lei perché figlia di contadini (considerata famiglia inferiore).
Si è alzata dal banco, ha preso la piantina, è andata al davanzale... e l’ha lanciata fuori dalla finestra.
Ribelle, senza pre-occuparsi delle conseguenze.
E nonostante mia madre scivolasse spesso nei suoi drammi personali, mi ha insegnato a giocare anche con questi.
Per esempio una sera, tornando a casa, è salita per prima mentre noi, quasi ragazzini, accompagnavamo papà a parcheggiare. Rientrati abbiamo trovato mia madre fuori di sé perché i ladri avevano devastato casa. In realtà era uno scherzo, aveva fatto tutto lei.. l’ha confessato addirittura soddisfatta per la velocità di realizzazione!
Con i suoi scherzi ci ha movimentato la gioventù...
Mia mamma mi ha insegnato a giocare con il dramma... e mio papà mi ha insegnato a cogliere le “sorprese” con calma e tolleranza.
Ribelle fino all’ultimo anno della sua vita, trascorso qui con me nel periodo della panfollia. Negli ultimi mesi dovevo portarla in ospedale per pulire piaghe non curabili a casa. Non avendo retto alle tante troppe perdite (corteccia sensoriale) la sua mente non era più presente al mondo ma restava presente a se stessa e se diceva no, no restava. E' così che medico ed infermieri non hanno potuto fare altro che arrendersi alla sua totale intolleranza nel coprire il volto con la museruola.
Sì, sono stata fortunata...
Mamma e papà amavano la natura, gli animali. Se erano in difficoltà li soccorrevano e accudivano, godevano della loro presenza trattandoli come membri del gruppo. Quell’amore e rispetto mi si è infuso nel cuore.
Sono stati entrambi figli della guerra, di genitori contadini che hanno vissuto in modo pieno la guerra, e questo mi ha permesso di accogliere che non si può sapere cosa accadrà domani: mi hanno insegnato a navigare senza necessità di certezze, perché la vita non ne può dare. Quello che può proporre dipende solo da cosa metti in atto nella tua vita.
Il loro esempio mi è stato di grande insegnamento.
Non mi hanno educata, li ho osservati agire sapendo di avere la porta sempre aperta per interagire con loro.
Mi rendo conto solo scrivendo, che il mio terreno di fondo, ciò che più fa parte di me oggi grazie a loro, è:
“Non arrenderti. Quando il tuo cuore ti dice Sì, non arrenderti qualsiasi cosa accada”.
Sento quanta forza ha per me questo messaggio... perché mi commuove.
Forse stai pensando "Va bè, facile per te, con due genitori così! Io invece..."
Allora ti faccio una domanda: come fai a sapere che quello che ti ho raccontato sia davvero la mia storia?
In effetti pescando altri frammenti dalla memoria, avrei potuto descriverti un vissuto tanto ma tanto diverso.
Per esempio che quando ero in ospedale col braccio rotto - per diversi mesi- mio papà non veniva a trovarmi perchè doveva lavorare. Mi scriveva lettere spronandomi a non piangere, ad essere forte (...avevo 4 anni!)
Potrei raccontarti che spesso era tormentato dalle sue stesse domande, che era così sicuro delle sue scelte da sembrare strafottente, e che quando discutevamo mi faceva passare notti insonni perchè dovevamo "chiarire le posizioni col dialogo" ma in realtà voleva portarmi ad ammettere che aveva ragione lui.
Della mia mamma potrei raccontarti che era talmente incoscente da mettere in pericolo i suoi figli, insensibile nel cogliere quale effetto emotivo scatenava con i suoi scherzi: una volta abbiamo sentito un tonfo in cucina e l'abbiamo trovata immobile a terra. Sembrava morta ed eravamo tutti nel panico, finchè si è alzata di scatto dicendo "Ah, ma allora mi volete bene!"-
Che era testona e rancorosa fin dal suo primo giorno di scuola.
Un giorno, era molto arrabbiata con me per qualcosa che non ricordo. Allora per fare pace sono scesa in giardino a cogliere dei fiori per donarglieli. Effetto? In tutta risposta mi ha gridato "Cosa credi, di comperarmi con un mazzo di fiori?"... Io dovevo avere circa sei anni...
Anche questi sono frammenti di memorie che mi appartengono, tutto fa parte del mio vissuto... qual è dunque la mia vera storia? Quella che scelgo per me.
Io scelgo di osservare e tenere in superficie, nel mio mondo percettivo, quelle memorie che mi nutrono. E' con loro che organizzo le mie mappe emotive ed esperienziali per guidarmi nella vita.
Le altre memorie, quelle buie, non svaniscono. Sono quelle che si affacciano e mi guidano quando mi sento triste sola tradita o disperata. Ma il racconto che ho scelto di tenere stretto nel mio cuore è quello che mi fa tornare velocemente in superfice.
E' quello che mi permette agevolmente di uscire per tempo dalla Fase Attiva.... Altrimenti a quest'ora sarei già morta.
Mi guida ad affacciarmi alla vita in apertura per incontrare bellezza e mi permette di cogliere le magie e le sorprese che la vita ha in serbo per me, proprio perchè sono disseminate lì, tra le mille possibilità proprio sul sentiero che sto percorrendo, srotolato a partire dalla memoria percettiva che ho scelto per me.
Ti racconto di una "magica sorpresa" accaduta di recente.
Non descriverò i particolari per tutelare chi ho incontrato, per caso, che ha avvicinato me e i miei amici, mentre stavamo cercando sul cellulare indicazioni di cosa vedere nella città che stavamo visitando.
“Chiedete a me” – essere umano, aggiungo io- “questa città ha più di 2.000 anni di storia che nessun cellulare può conoscere!”
Eravamo in tre in mezzo a centinaia di turisti tutti alla ricerca di informazioni ma quest’uomo, anziano e fisicamente un po’ malmesso, ha avvicinato proprio noi...
Quando ha saputo che una di noi era messicana, si è illuminato ed ha iniziato a raccontare la sua storia, dicendo che poteva comprovare ogni parola.
D’istinto abbiamo risposto all’unisono che gli credevamo senza bisogno di prove.
Ci ha raccontato della sua gioventù ribelle e che, insieme ad un amico, essendo stufi di parlare di rivoluzione, avevano deciso di andare a fare la rivoluzione.
Più di quello che ci ha raccontato, a colpirci profondamente è stato quanto ci ha trasmesso con ogni cellula del suo corpo.
A un certo punto del racconto non era più lì, in quella piazza, in mezzo a noi, ma là, nel posto che descriveva, con la sua gente.
Quando ci siamo salutati osservandolo allontanarsi, mi si è stretto il cuore pensando a tutto quello che aveva vissuto, a quanta gente aveva perso, a quanto dolore e vita aveva dedicato...
Per quale risultato?
Guardavo lui e guardavo la folla nella piazza e mi chiedevo “tutto questo per cosa? Non è cambiato niente, anzi...”
Ma non riuscivo a volgere lo sguardo altrove così, senza alcun motivo apparente, ho iniziato a notare il suo passo pacifico e diritto, la sua fierezza nel portamento e la luce irreale ma tangibile che emanava. Un insieme di non so cosa, percepito contemporaneamente anche dai miei amici.
Rapita da quell’immagine irreale circondata da calzoncini corti e Hi-Phone alla mano, risate esagerate, gente frettolosa con sguardi nascosti da occhiali a specchio, ho sentito vibrare in tutta me stessa una frase che diceva :
“Al di là del risultato”.
Solo a quel punto ho potuto scostare lo sguardo e i miei occhi commossi si sono incontrati con gli occhi commossi dei miei due amici e l'abbraccio silenzioso è stato infinito.
Abbiamo condiviso una di quelle esperienze che restano impresse nell’anima, nutrendola.
Era un periodo forte per me, mi sentivo delusa e stanca ma questo “al di là del risultato”, mi ha permesso di ripartire da dove stavo per abbandonare.
Al di là del risultato, questo è il fatto e la soluzione.
So che tu lo sai: se mi aspetto un risultato, facilmente mi deludo e questo frena il mio passo.
Ma so anche che quando la fiammella si riaccende in modo così “magico”, da concetto astratto diventa integrazione, diventa vita.
Agire avendo integrato “al di là del risultato” ridà forza vera. Mi sono sentita di nuovo, a piè pari, sulla mia strada. E su quella che è la tua strada, può essere che ad un cero punto il risultato arrivi.
Con buone probabilità io non lo vedrò da questa dimensione ma sul percorso i semi che avrò lanciato, prima o poi germineranno.
Questa lezione mi ha presa e riportata in volo sulle spalle dei miei due giganti,
permettendomi così di vedere... ancora un po’ più lontano.
Vorrei raccontarti ancora una cosa che per qualcuno può essere una sciocchezza, per altri una indicazione.
Quando siamo rientrati a casa ci siamo chiesti: “Ma perché tra centinaia di persone, in una città dove siamo arrivati per caso – sbagliando strada- e dove non eravamo mai stati, ha avvicinato proprio noi?... Deve esserci un messaggio per noi!”
Abbiamo quindi “giocato” estraendo una carta in modo congiunto.
La prima informazione è stata: “Questo non è tempo di preoccupazioni ma di agire, quindi muoviti!"
...L’ultima: “Ricorda, niente è coincidenza, tutto è sincronia. ”
Quando ho iniziato a scrivere non sapevo quale sarebbe stata la mia risposta alla domanda che ti ho posto...
Non sapevo che avrei parlato dei miei genitori...
Spesso mi accade così, lascio fluire e arrivo a chiarezza e solo ora posso rispondere...
Sì, ne vale la pena!








