LA PRESENZA

Presenza è una parola che usiamo tutti... ma che vestiamo raramente.

La Presenza è uno stato, non lo puoi studiare ma solo scegliere. Certo occorre avere i parametri che ci informino quando siamo in uno stato di presenza e quando no, di modo da poterci riportare in presenza almeno quando serve.

La prima informazione ha a che fare con il mondo percettivo. Siamo su un'altalena costante, richiamati ogni nanosecondo da due mondi: uno esterno per orientarci ed uno interno dove custodiamo le nostre memorie che servono a dare significato alle cose che osserviamo fuori e ad agire in automatico.
Es. Mi devo allacciare le scarpe per uscire: guardo fuori - le scarpe- e dentro rintraccio significato - scarpe- e tutti i movimenti da fare per calzarle e intrecciare le stringhe.
Tutto accade in frazioni di secondo ma molto spesso restiamo incastrati dentro.
Es: Non ricordo dove le ho messe e mi parte il pensiero e la preoccupazione che sto perdendo la memoria.... come mia mamma...
... E parte la pellicola.

Quando sei in un pensiero, sei con tutta la tua attenzione dentro, stai guardando un film, sei "ipnotizzato", non sei presente.
Perciò lo stato di presenza non può essere costante. E' una scelta che va riconfermata, secondo dopo secondo, ogni volta che serve.

La seconda, conseguente alla prima, è che non può essere fatta una volta per tutte dopo un lungo percorso di crescita. Non è un percorso lineare che va da un punto di partenza A, ad un punto B d’arrivo dove, mano a mano che mi avvicino alla meta, divento “sempre più presente”. Può essere un allenamento per "richiamarsi in presenza" sempre più velocemente. L’idea di un punto di arrivo dove sarò costantemente presente è il prodotto di un pensiero lineare e irreale, per il semplice fatto che presenza significa qui e ora. E il qui e ora è costantemente qualcosa di nuovo che hai bisogno di essere ricontattato nella sua concretezza, appunto, istante dopo istante.

Essere presente significa quindi tenere in considerazione sia il mio mondo percettivo che quello dell’altro... Ne consegue che devo sapere come funziona la Percezione e soprattutto osservare come ho organizzato la mia playlist personale gestita dal mio personalissimo lettore multimediale percettivo.

Ho bisogno che tutti i miei sensi siano attivi per captare dall'ambiente dati significativi, che siano verbali o non verbali,
per assumere una posizione congrua nella vita che dia forza a te come all’altro.


La Presenza è quello stato che ti permette di fare molte cose:

1. distinguere ciò che sei dai ruoli che rivesti e dalle identità con le quali ti identifichi;

2. essere davvero in ascolto di te e dell’altro;

3. distinguere memorie e proiezioni, da quanto sta accadendo nel qui e ora;

4. sciogliere sospesi per dare il giusto peso alle cose.


E' da questo stato di coerenza - rinnovato ad ogni istante- che puoi essere contemporaneamente in contatto con le tue memorie e la "realtà" esterna.

Ti esplicito l’effetto che potrai osservare nella tua vita essendo presente sia al tuo mondo percettivo, cioè ai tuoi stati ipnotici, sia al mondo esterno. Lo riassumo in tre punti.

1. Non sei preda del tuo mondo percettivo interiore, identificato con i tuoi ruoli, ma nemmeno li obnubili: resti presente alle suggestioni date dalle tue memorie, osservandole da una posizione di Testimone.

2. Rimanendo in contatto con tutto ciò che ha da offrire il tuo mondo interiore, puoi attingere tra le molteplici memorie in esso contenute, ai diversi schemi che ti guidano nei comportamenti, disponendo così di più risorse per far fronte alla situazione.

In poche parole, invece di produrre coattamente sempre lo stesso tipo di risposta ad un evento anche quando il risultato che ottieni è inefficace, potrai scegliere il comportamento da agire.

3. Diventa più difficile entrare nel giudizio. Il giudizio è una proiezione del tuo mondo interiore e si scioglie nel momento in cui l'altro non lo interpreti...lo vedi. Tradotto significa che non ti muovi a partire da pre-concetti proiettati dalle tue personalissime memorie, cioè da idee astratte che nascono dalle tue aspettative o ferite.

... Siamo semplicemente umani con una storia e delle ipnosi che limitano la libertà di essere noi stessi e di vedere l’altro per quello che è.  Hai presente il film AVATAR? Se ricordi, quando s'incontrano si dicono “io ti vedo!
Certo è che per liberare l'altro devo prima liberare me: Io mi vedo!

Non ti preoccupare di come fare: il come accade in automatico poiché riguarda la meccanica di funzionamento percettivo che può essere osservata e riconosciuta. Riguarda il tenere presente che ogni parola ti accompagna a darle significato agganciandosi alle tue memorie. Il come fare quindi avviene in automatico nel momento in cui non me la racconto e osservo cosa davvero sto attivando.

E’ il contenuto a fare la differenza, e se resti vigile alle tue proiezioni e contemporaneamente presente alle richieste del mondo esterno, hai i parametri per scegliere tra le diverse memorie, quella più congrua alla situazione che stai vivendo.

Esempio banale. Un amico mi telefona per invitarmi a cena e io accetto. Poi ci ripenso... in realtà non ne ho voglia. Se mi limito a rispondere a partire dal mio mondo percettivo, a seconda di com’è organizzato posso:

A. Forzarmi e uscire comunque perché ormai ho preso l’impegno. Rispondo al mio non saper dire di no;

B. Trovare una scusa qualsiasi: dall’inventarmi un impegno o un mal di testa improvviso (fino anche a sentirmi male davvero) pur di non offenderlo. Rispondo a un posso dire di no, ma solo con una valida scusa, cioè giustificandomi;

C. Dire che non ne ho voglia in modo aggressivo o depressivo e difendere quell’identità che ho richiamato, per proteggermi nel caso dovesse insistere o giudicare la mia scelta. Rispondo a un nessuno mi capisce e mi rispetta.

In tutti i casi non sto rispondendo né a lui né alla situazione, ma al mio personale mondo percettivo.

Oppure, essendo presente a me e all’altro, posso fare qualcosa di diverso. Ipotizzo i seguenti passi:

A. Guardare dentro e osservare cosa sarei spinta “istintivamente” a fare e con quale modalità: che bolla di memoria mi sta guidando, quali i sospesi;

B. Guardare fuori, e cioè mettermi in ascolto dell’altro e verificare cosa lo spinga a farmi quella proposta;

C. Sentire cosa davvero ho voglia di fare, mettendo in relazione il mio mondo interiore, il suo e il qui e ora;

D. Enunciare con una comunicazione che tenga conto di tutto, dichiarando anche i miei limiti.

Per esempio: “Sai, ci ho pensato e ti sono grata per avermi proposto una boccata d’aria dopo aver passato momenti così difficili, ma ho ancora bisogno di piangermi un po’ addosso… Appena mi sento davvero stufa di rimanere nascosta nella mia tana, ti chiamo e sarò lieta di passare una bella serata con te”.

In pieno contatto con quello che sento da una posizione di osservatore, nel rispetto dell’intento del mio amico e di me. Nessun giudizio e niente da nascondere: che vuol dire legittimare e dare dignità sia a me che all’altro.
Nessun sospeso, nessun problema!

Senza presenza, anche lo strumento o la conoscenza più sofisticata diventa inutile e, a volte, addirittura pericolosa.

Senza presenza, la vita si trasforma in sopravvivenza. Essere presenti significa poter assumere, di volta in volta, una posizione sulla scacchiera della vita che dà forza a te e all’altro.

Come faccio a sapere quando sono presente?
 E' semplice: dai per scontato che non lo sei!
In fondo basterebbe ogni tanto battersi sul petto e chiedersi: "Ehi... c'è qualcuno in casa?
O se vuoi esagerare puoi chiederti “Come sto? Mi piace la mia vita?" E se la risposta è "mica tanto..." puoi chiederti ancora cosa non sta funzionando e dove e cosa potresti fare di diverso.
L'importante è risponderti senza aggiungere giustificazioni, alibi o scuse.

Non essere presenti non è una colpa, ma un peccato...

Come diceva Sigmund Freud “Scherzando si può dire di tutto, anche la verità” e ti spiego come la mia affermazione non sia un giudizio, ma faccia riferimento a una meccanica di funzionamento percettivo.

Ti sarà più chiaro mano a mano che disporrai di maggiori informazioni e le avrai sperimentate ma il fatto banale è che, per dare significato a qualsiasi cosa, che sia una parola, un oggetto, una emozione o un evento, occorre inevitabilmente cercarlo dentro le proprie memorie. La nostra attenzione si sposta da fuori a dentro ogni frazione di secondo, e se non ne sei consapevole, resti facilmente incastrato dentro. Avviluppato dalle emozioni che produce la tua proiezione, ti identifichi nel ruolo che ti stai rappresentando.

Spesso sei convinto di essere in una posizione di presenza e ti accorgi che non è vero solo "per caso", quando accade qualcosa di forte ed imprevisto che ti risveglia, oppure quando non sta accadendo nulla di grave ma hai una reazione sproporzionata... Ti accorgi che non eri presente ma immerso in un sogno molto ma molto vivido. Uno dei tanti film - sensoriali- proiettati dal tuo mondo percettivo.

Sperimentiamo stati di presenza.
Qualche domanda come stimolo. Ti viene spontaneo sorridere quando incroci lo sguardo di qualcuno per strada? Prima di parlare o agire, ti chiedi che effetto potresti produrre nell’altro e se è congruo col tuo intento? Hai il piacere di condividere o ti senti spinto dalla necessità di farlo? Puoi reggere un dolore tuo o di un altro? Riesci ad esultare di cuore per i successi di un amico?

Attenzione: le domande non hanno un fine moralistico o etico, ma sono uno stimolo per richiamarti in presenza. Se sono “distratto” o in reazione emotiva, non sono presente.

Ora passiamo all’esercizio, anche in questo caso semplice:

la prossima volta che ti capita di avere una reazione forte, che sia di dolore rabbia o gioia, fermati, prenditi qualche istante e chiediti: “L’intensità che sto provando è congrua con quanto sta accadendo nel qui e ora o è esagerata?”

Se ti sembra sovradimensionata rispetto a quanto sta accadendo, osservala e basta, senza tentare di cambiare nulla di proposito, nel tuo comportamento o emozione.

Il movimento richiesto da questo esercizio quindi è: osserva la tua emozione che nasce da dentro e guarda fuori, sposta la tua attenzione e tutti i tuoi sensi rivolgendoli al mondo esterno dove, nel qui e ora, puoi constatare che non c’è nulla che la giustifichi, se non un qualche tipo di richiamo.

Inizia a fare esperienza di questi due diversi livelli, per imparare a distinguerli.

UN'ULTIMA COSA
Ti chiedo di farti una domanda strana: "Chi sono io?"
Scatena la fantasia e risponditi con leggerezza fuori da ogni schema.
Viviamo in un mondo di bambini e la cosa più triste è che non sappiamo più nemmeno giocare...
Costantemente alla ricerca di essere visti e riconosciuti ma in realtà:

IL RICONOSCIMENTO VIENE DA DENTRO perché IL VERO RICONOSCIMENTO E’ UNA RESA!

Il riconoscimento non è sentirsi dire o confermare da fuori che “sono bravo
o buono o bello” ma SONO CON ME, fluisco con la mia storia personale, l’accolgo senza discuterla e perciò posso fluire con la vita, lasciando la mia impronta personale.

Se posso osservare dentro, non ho niente da cercare e non sento peso o fatica perché tornare verso se stessi non è un lavoro, ma un atto di scoperta.

Sono mossa da curiosità, come una bimba che sa ancora giocare. 


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